Il primo ricordo che ho della cantina non è l’oscurità, ma l’odore: un puzzo denso, umido, che sapeva di terra marcia e di segreto. Era l’odore della punizione, l’odore della risposta che i miei genitori non avevano mai voluto darmi. Mi chiamo Elena e fino a ieri avevo quindici anni. Oggi non so più nulla, se non il rumore degli artigli sui tubi e il fruscio dei corpi che si strusciano nell’ombra.

Tutto era cominciato con una domanda, una di quelle che ti bruciano in gola finché non le sputi fuori. Quella sera ero seduta al tavolo della cucina. La cena era finita, i piatti erano stati lavati e mia sorella Clara era uscita a festeggiare con i suoi amici dell’università per la sua ennesima vittoria: la missione al dottorato di ricerca. Mia madre, con le mani ancora umide di acqua saponata, si era seduta di fronte a me con un sospiro, come se il semplice atto di guardarmi fosse una fatica immensa.
Mio padre, dietro il suo quotidiano, era una statua di silenzio e indifferenza. «Elena», aveva detto mia madre, con quella voce stanca che usava sempre con me, «dovresti essere più felice per tua sorella. È un traguardo importante. »
«Lo sono», avevo risposto, e in parte era vero.
Clara era un fulmine di intelligenza e grazia, una di quelle persone per cui tutto sembrava possibile. Ma quella sera qualcosa in me si era rotto. «È solo che non capisco. »
Mio padre aveva abbassato il giornale di un centimetro.
I suoi occhi, grigi come il cemento, mi avevano trafitta. «Non capisci cosa? »
«Perché lei sì e io no? » La domanda era uscita più fragile di quanto volessi, ma era lì, sospesa nell’aria come una goccia di piombo.
«Perché Clara può studiare, andare all’università, avere un futuro, e io… io vado ancora alle medie, prendo voti buoni, eppure per voi non sono mai abbastanza. Perché non ci provate nemmeno con me? »
Il silenzio che seguì fu più assordante di qualsiasi urlo.
Mia madre scambiò uno sguardo con mio padre, un lampo di qualcosa che non seppi decifrare. Paura. Rabbia. Decisione.
«Tu non sei come Clara», disse infine mia madre. La sua voce era piatta, come se stesse leggendo una sentenza. «Lei è speciale, è destinata a cose grandi. »
«Tu invece sei un peso», concluse mio padre senza nemmeno guardarmi.
«Sei sempre stata un peso, Elena, da quando sei nata. »
Le parole mi colpirono come schiaffi. Un peso. Ero un peso per loro, un errore da correggere, un problema da risolvere.
E quella notte decisero di risolverlo. Fu tutto così veloce. Mio padre si alzò e, prima che potessi capire cosa stesse succedendo, mi afferrò per il braccio. Le sue dita erano come artigli d’acciaio che si piantavano nella mia carne.
Mia madre aprì una porta che avevo sempre creduto fosse un armadio nel corridoio. Invece c’era una scala di legno che scendeva nel buio più profondo. «No! Non voglio!
» gridai, ma la mia voce era soffocata dal panico. «Per favore, non fatemi questo. »
«È per il tuo bene! » sussurrò mia madre, e per un secondo, nei suoi occhi, vidi un barlume di esitazione.
Ma fu solo un attimo. Poi mio padre mi spinse. Caddi, rotolai giù per i gradini, sbattendo la schiena e la testa, finché non atterrai su un pavimento di terra battuta, freddo e umido. L’odore di muffa e di escrementi animali mi riempì i polmoni.
E poi lo stridio. «Ti rimanderemo a prendere», disse la voce di mio padre dall’alto, «quando avrai imparato a tenere la bocca chiusa e ad accettare il tuo posto. »
La porta si chiuse, il chiavistello scattò, e fui sola. O quasi.
Nell’oscurità sentii i primi movimenti: un fruscio leggero, come di seta strappata, poi un altro, poi tanti. I miei occhi, dopo qualche minuto, cominciarono ad abituarsi al buio. La cantina era grande, ma non enorme. C’erano vecchi mobili coperti da teli bianchi, scatoloni ammuffiti e loro: i ratti.
Erano ovunque, sugli scaffali, sopra le scatole, sul pavimento. I loro occhi erano piccoli rubini che riflettevano la poca luce che filtrava dalle fessure del pavimento di sopra. Non erano topi di campagna, timidi e impauriti. Erano grossi, con il pelo ispido e le code glabre che strisciavano come serpenti.
I ratti dei sotterranei della città, portati lì chissà come. All’inizio rimasi immobile, paralizzata dal terrore. Ma loro si avvicinarono: prima uno, poi due, poi un’intera colonia. Sentivo il loro fiato caldo e fetido sulla mia pelle, il solletico dei loro baffi mentre fiutavano le mie gambe, le mie braccia.
Scappai inciampando in una vecchia sedia, ma loro mi seguirono. Erano dappertutto, salivano sulle mie gambe, sulle mie spalle, mi infilavano le zampette nei capelli. Urlai, gridai fino a sentirmi bruciare la gola. Chiamai mia madre, mio padre, Clara, chiunque.
Ma nessuno rispose. Quella fu la prima notte, la più lunga. Ma si sopravvive, adattandosi. Scoprii che avevano paura della luce.
Ogni tanto mio padre apriva uno spiraglio della botola e calava un secchio d’acqua e una scodella di roba da mangiare. Era cibo disgustoso, spesso avanzi rancidi, ma lo mangiavo per non morire. In quei pochi minuti di luce i ratti si ritiravano stridendo infastiditi, ma appena la luce si spegneva tornavano all’attacco. Imparai a difendermi.
Trovai un vecchio piede di porco arrugginito e lo usavo per tenerli a bada quando si facevano troppo insistenti. Dormivo in piedi, appoggiata al muro, con il piede di porco stretto al petto. Ma il sonno era un lusso che non potevo permettermi. Appena chiudevo gli occhi, sentivo i loro denti che rosicchiavano le mie scarpe, il mio vestito, che cercavano di arrivare alla mia pelle.
I miei pensieri correvano a Clara. La vedevo nel suo mondo di libri e di riconoscimenti, circondata da amici che la ammiravano. E io ero lì, in quell’inferno, a farmi divorare viva solo perché avevo osato chiedere perché. Il tempo nella cantina non esisteva.
Giorni, settimane, forse mesi. Il mio corpo si consumava. La mia mente cominciava a vacillare. Iniziai a parlare con i ratti, a dare loro dei nomi.
C’era un grosso maschio con un orecchio strappato che chiamavo Re, e una femmina più piccola, più astuta, che chiamavo Strega. Parlavo loro dei miei sogni, dei miei desideri. Raccontavo loro di come volevo diventare una biologa da piccola, di come amavo osservare gli insetti nel giardino, e di come mia madre mi aveva sempre detto che era una perdita di tempo. I ratti mi ascoltavano, mi fissavano con i loro occhi rossi, e io quasi li ringraziavo per la compagnia.
Erano la mia unica compagnia, l’unica cosa che mi impediva di impazzire del tutto. Poi un giorno la porta si aprì. Non era la solita luce fioca della razione di cibo. Era una luce abbagliante, e per qualche secondo fui completamente cieca.
Sentii due voci: una era di mio padre, l’altra era di un uomo che non avevo mai sentito prima. «È magra», disse l’uomo. La sua voce era grassa, untuosa, come l’olio di un motore. «Ma sana», ribatté mio padre.
«Giovane, vergine, vi assicuro. »
La parola mi colpì come una pugnalata al cuore. Vergine? Cosa c’entrava quello?
Ma il tono di mio padre, il modo in cui la diceva… non c’era nulla di sacro. Era come se stesse parlando di un animale da allevamento. «Quattromila», offrì l’uomo.
«Seimila», contrattò mio padre. «Guardate che denti. Perfetti. Un investimento, signor Rinaldi.
Lo ripagherà in poco tempo. »
L’uomo, Rinaldi, si avvicinò e mi afferrò il mento. Le sue dita erano unte e puzzavano di fumo. Mi voltò il viso da una parte e dall’altra, come si fa con un cavallo al mercato.
I ratti, spaventati dalla luce e dalla presenza degli uomini, si erano ritirati nell’ombra, ma li sentivo fremere. «Va bene», disse Rinaldi. «Cinquemila, ma la prendo ora. »
Mio padre annuì.
Non mi guardò. Nessuno di loro mi guardò. Cercai di lottare, cercai di gridare, ma i miei muscoli erano atrofizzati e la mia gola era secca. L’uomo mi sollevò senza sforzo, come se fossi un sacco di patate.
Mentre venivo portata su per le scale, sentii l’odore della mia cantina per l’ultima volta: il puzzo dei ratti, della mia stessa paura, della mia infanzia distrutta. La loro macchina era un furgone bianco con il fondo di metallo sporco. Mentre l’uomo mi legava le mani e mi imbavagliava, io continuavo a fissare la mia casa, la casa dei miei genitori. La finestra della camera di Clara era illuminata.
La vedevo, la sua sagoma che si muoveva dietro i vetri. Aveva un libro in mano. Stava leggendo, felice, ignara. Lei stava vivendo il suo sogno, mentre io venivo portata via per realizzare l’incubo di qualcun altro.
Il furgone partì e io, con il corpo coperto di morsi e il cuore pieno di una rabbia così fredda che non avevo mai provato, guardai il mondo che mi scivolava via. Avevo solo quindici anni, ma quello non era un addio. Non poteva esserlo. E in quel momento, mentre il furgone sferragliava per le strade della città, io non pensai al futuro.
Pensai al passato, ai ratti. Pensai a Re, che mi aveva morso il polpaccio quella notte, e a Strega, che mi aveva rubato la scodella del cibo. Pensai a come in quella cantina avevo imparato a sopravvivere. Avevo imparato a stare al buio, a convivere con il terrore, ad aspettare il momento giusto.
L’uomo Rinaldi si voltò a guardarmi. I suoi occhi erano di un marrone sporco, e mi sorrise. Un sorriso che mi fece rabbrividire. «Tranquilla, piccola», disse.
«Il viaggio sarà lungo, ma quando arriveremo a destinazione ti insegnerò tante cose. Tante, tante cose. »
Allungò una mano per toccarmi la guancia. E io, con tutta la forza che mi era rimasta, sputai.
Lo colpii in pieno viso. Un attimo di shock, poi la sua faccia si contorse in un’espressione di pura furia. Alzò la mano per colpirmi, ma io non chiusi gli occhi. Lo guardai dritto negli occhi.
Non avevo più paura. La paura era morta laggiù, tra i ratti. Quello che era rimasto era una determinazione di ferro. Nella mia testa una voce chiara come il suono di una campana sussurrava le parole che avrei fatto mie, che mi avrebbero guidata per tutto il tempo a venire.
Non era una preghiera. Era una promessa. Non mi piegherò. Non morirò.
E quando avrò la possibilità, tornerò. Tornerò e chiederò loro il prezzo che hanno pagato per avermi venduta. Ma questa volta la domanda non sarà sussurrata. Sarà un urlo.
La mano dell’uomo si abbatté sulla mia guancia, e il mondo esplose in un lampo di dolore e di stelle. Poi il buio. Ma non era il buio della cantina. Era il buio di un nuovo inizio, l’oscurità che precede la tempesta.
La mia vita come la conoscevo era finita, ma la mia storia, la mia vera storia, stava per cominciare.


